La Fonte di San Giovanni

Prefazione

del Professore Emilio Giordano

critico letterario

PER LE ANTICHE STRADE

 

 

 

I ricordi son mani che non giungono a toccarsi.

C. Sbàrbaro, Versi a Dina (1930-1931)

 

     «Ho dovuto stroncare una fitta vegetazione, addensatasi al centro dell’edificio al punto da costituire una zona di tenebra, ed è riemersa, luminosa, una vasca, alimentata dalla sorgiva, la quale ci consente di precisare senza esitazioni la natura del monumento»: così Vittorio Bracco raccontava alcuni particolari della sua importante scoperta in un lungo articolo pubblicato nel 1958 sulla “Rivista di Archeologia Cristiana”, dove   – seguendo le indicazioni contenute in una lettera famosa di Cassiodoro al re dei Goti Teoderico (VI secolo d. C.) –   riportava idealmente alla luce Marcellianum («un suburbio di Cosilinum») e, appunto, le rovine del suo straordinario Battistero paleocristiano. San Giovanni in fonte! Questa breve nota non poteva che iniziare nel suo nome, nel ricordo del mio venerato e mai dimenticato Maestro, nel ricordo cioè di colui che quel monumento ha strappato con forza all’oblìo, consegnandolo come prezioso e quasi vivo reperto all’immaginario delle generazioni future: al turista più o meno distratto, allo studioso che vorrebbe saperne di più, o magari a colui (o a colei) che un giorno si arrende alla spinta di una segreta passione e inventa parole capaci di farlo improvvisamente rivivere nel tempo esaltante che fu il suo, regalando così un piccolo e breve brandello di vita ad un antico fantasma ormai muto. A quest’ultimo spazio, non troppo frequentato e destinato forse a rimanere un po’ in ombra negli anni, appartiene senz’altro il racconto che qui si presenta: lo dichiara, già sulla soglia, il titolo stesso prescelto (La fonte di San Giovanni).

      Siamo nel Medioevo, a Padula, un Medioevo declinante che si muove verso nuove atmosfere e altri scenari: la Certosa già esiste nella sua primaria struttura ed è monumento oramai famoso ed economicamente pregnante nel territorio. Ma a colei che scrive non interessa tanto una ricostruzione inappuntabile anche nei minimi dettagli del momento storico, del contesto socio-culturale sul quale ha deciso di posare brevemente i suoi occhi: delineato con rapidi tratti, esso è come un suono malinconico di voci lontane, quasi fosse lo sfondo di un quadro. E non a caso il pensiero corre ora a un dipinto: l’autrice di queste pagine, infatti, è soprattutto una pittrice famosa, che   – se qui ha deciso di muoversi lungo sentieri diversi –   conserva comunque per intero la peculiarità di uno sguardo costruito con cura negli anni. È uno sguardo che si rivela al lettore non solo per questo versante, ma anche per la reiterata e puntuale attenzione riservata ai colori: si va dalle «lunghe tuniche color ocra chiaro» dei Certosini alla volta del Battistero «coperta di mosaici con sfumature di colori che andavano dal blu turchese al verde smeraldo, con alcune parti in oro».

     È il primo piano, insomma, ciò che a lei interessa, il personaggio che si stacca d’improvviso dal fondo per poter rappresentare una storia, la sua storia: con i gesti, con gli occhi, con le parole. Una storia semplice, direbbe Sciascia, una delle tante storie semplici   – reali o verisimili – cancellate dal tempo, quasi inghiottite lentamente da un pozzo infinito dalle cui profondità giungono a noi voci sempre più flebili e indistinte: la storia di un fazzoletto perduto (oggetto prezioso per il suo possessore, il Priore dei Certosini di Padula) e di Carmen, la ragazza che si ritrova come per caso a salvarlo, sottraendolo a un triste destino. Da qui prende avvio il breve plot del racconto. Appartenente a una famiglia in condizioni economiche precarie, il padre da tempo malato e debilitato, costretto perennemente a letto, ella nel fazzoletto miracolosamente ritrovato vede materializzarsi la presenza di quella fortuna tanto a lungo e invano invocata in passato: si recherà in Certosa, e sarà la prima volta nella sua vita   – questo dice fra sé la ragazza –   e restituirà il prezioso tessuto al suo legittimo proprietario: e lui mostrerà di sicuro la sua gratitudine, dandole un lavoro e quindi la possibilità di curare il padre. Le cose andranno anche al di là di ogni più rosea aspettativa: lei entrerà, infatti, nelle grazie del Priore, profondamente colpito dalla bontà del suo gesto, e avrà un lavoro decentemente retribuito. Dovrà aiutare coloro già da tempo impegnati nell’assistenza dei numerosi pellegrini che, dai territori più diversi e dopo lunghi viaggi, si avvicinavano alla fonte battesimale di San Giovanni.

     Nel racconto, nella sua breve finzione letteraria, il monumento sacro ritorna così ad essere quel luogo pieno di vita che fu: non più un insieme di rovine amorosamente conservate come testimonianza di un glorioso passato, ma il Battistero descritto nella sua originaria purezza («Un cielo punteggiato di stelle dorate decorava la parte superiore, da cui uscivano otto raggi di diverse dimensioni…Al centro della stanza c’era una grande vasca rotonda di marmo») e nell’opera svolta nei confronti dei tanti pellegrini che si avvicinavano alle sue acque, con le affollate scene notturne delle cerimonie religiose («Alcuni giovani laici e novizi erano disposti intorno al Priore, avevano bastoncini di incenso accesi tra le mani e attendevano i battezzandi, pregando fino al momento in cui, a mezzanotte, come per incanto, la vasca vuota cominciava a riempirsi d’acqua»). Alla fine, anche la ragazza si sente pronta a ricevere il sacramento della nuova religione, lei siriana emigrata con la sua famiglia in Europa, e la conseguenza sarà   – per la madre e per la figlia –   una dolce, inaspettata metamorfosi («Quello che contava era che nei loro cuori si sentivano limpide come l’acqua della Fonte di San Giovanni»).

   Comunque, al di là dei personaggi e dei loro gesti più o meno esemplari, il vero protagonista del racconto bisogna cercarlo altrove. Infatti, se proviamo a scorrere queste pagine non solo con gli occhi, ma soprattutto   – per usare le parole di uno scrittore famoso –   congliocchidellamente, i soli in grado di capire i silenzi e il non detto di un testo, esso appare d’improvviso in tutta evidenza: è il paese. È Padula, con le sue strade e i suoi angoli segreti, con i suoi boschi e i suoi ruscelli, le sue albe e i suoi tramonti, con i suoi monumenti e le sue particolari atmosfere.

 «Vedi, gli alberi sono, le case che abitiamo reggono. Noi soli passiamo via da tutto, aria che si cambia», scriveva Rilke nei primi anni del secolo scorso: quante generazioni attraverso i secoli si sono rivelate soltanto «aria che si cambia» rispetto a un luogo, quel luogo, rimasto identico nel tempo, con il suo inconfondibile corpo, con la sua anima segreta! Per l’autrice, insomma, parlare di quel paese lontano è anche (anzi, soprattutto) parlare del proprio paese, il paese della sua infanzia, e farne il reale protagonista di queste pagine. Attraversarne le strade, sfiorare con gli occhi le case oramai silenziose e scoprire la sacralità misteriosa dei suoi oggetti: in altre parole, aprire lo scrigno prezioso che custodisce i ricordi (ogni paese è uno scrigno: non tutti lo sanno) e abbandonarsi al loro segreto richiamo, per vivere ancora qualche frammento di quella dolce malinconia che rende così ricca talvolta l’esistenza di ogni essere umano.

 

       Padula, febbraio 2022                                                                        

 

 

 

 

Presentazione del libro al Battistero di San Giovanni in Fonte, Padula

 

 

Incontro al Battistero di San Giovanni in fonte

Don Giuseppe Radesca

Vicario Generale della Diocesi Teggiano-Policastro

 

Padula, martedì 12 luglio 2022

 

Un caro saluto a tutti voi,

amici e soci del Circolo Sociale “Carlo Alberto”,

alla Presidente Dott.ssa Rosanna Bove Ferrigno,

al Consiglio Direttivo,

agli Illustri Ospiti, Prof. Emilio Giordano, al Prof. Germano Torresi,

 al Vice Presidente della Banca Monte Pruno, Dott. Antonio Pandolfo

e all’Amministrazione comunale nella persona del Sindaco Signora Michela Cimino,

che insieme agli sponsor hanno patrocinato e sostenuto l’evento di presentazione del libro,

in questa splendida cornice del Battistero di San Giovanni in fonte.

 

 

Il racconto La fonte di San Giovanni di Raffaella Corcione Sandoval[1] rappresenta, come afferma nella prefazione il professore Emilio Giordano - quel luogo pieno di vita che fu: non più un insieme di rovine amorosamente conservate come testimonianza di un glorioso passato, ma il racconto della sua originaria purezza[2].

 

La nostra concittadina Raffaella nelle sue molteplici arti ci ha condotto a riflettere sulla bellezza spirituale, relazionale e comunitaria che il sito culturale del Battistero di San Giovanni in fonte esprime pur nel silenzio del suo clamore, dedicando questo libello al suo papà, indimenticabile uomo della nostra Città di Padula.

 

La lettura di questo breve racconto ha provocato, nel mio cuore e nella mia mente. una esplosione di pensieri e sensazioni e ha riacceso in me un irrefrenabile desiderio di conoscere gli aspetti storici, antropologici e teologici che costituiscono la storia vivente del nostro luogo Santo. Vi invito ad attraversare con me tre porte.

La prima porta è certamente antropologica. I protagonisti del racconto, pur nella finzione letteraria, ci permettono di far risorgere una storia che tra le infinite storie locali potevano certamente accadere intorno al nostro suburbio: una ragazza siriana di nome Carmen (Carmela), un papà ammalato e una madre. Una famiglia semplice della bimillenaria storia padulese. Ma l’autrice ci colloca in un arco temporale che va dal 1306 al 1807, ma che utilizza linguaggi teologici del primo evo cristiano. Poi, la figura di un priore, umano, capace di interagire con gesti concreti verso un cuore bisognoso di attenzione e di spiritualità, nel contesto di una delle tre capitali del mondo!”.

L’oggetto che funge da mediatore dell’incontro è semplicissimo: un fazzoletto posto in una scatola, memoria di una maternità perduta e di una figliolanza generata. Tutto questo trova il suo reale svolgimento nell'abisso del cuore umano dei protagonisti, un abisso capace di ospitare l’altro e ricevere e donare gocce di redenzione. Grazie Raffaella per questo pellegrinaggio interiore, proprio del genio femminile che rappresenti.

Ora, se mi è consentito, vorrei entrare attraverso la seconda porta di questo racconto, nella vita del nostro Battistero, come certamente molti di voi hanno fatto, immaginando il suo sorgere e ri-sorgere. La porta della storia.

La descrizione di Cassiodoro (490-583) che nella collana Varie al libro ottavo paragrafo 33 dai numeri 1- 8 è favolosa:

“1. Sicut incognita velle nosse prudentis est, ita comperta dissimulare dementia est, eo praesertim tempore, cum noxia res ad correctionem possit celerrimam pervenire. frequenti siquidem probatione didicimus Lucaniae conventu qui prisca superstitione Leucothea nomen accepit, quod ibi sit aqua nimio candore perspicua, praesumptionibus illicitis rusticorum facultates negotiantium hostili direptione saepe laceratas, ut qui ad natale sancti Cypriani religiosissime venerant peragendum mercimoniisque suis faciem civilitatis ornare, egentes turpiter inanesque discederent.

2. Hoc nos simplici ac facili remedio credidimus corrigendum, ut spectabilitas vestra praedicto tempore una cum possessoribus atque conductoribus diversarum massarum, quietem convenientium anticipata debeat cautela procurare, ne atrocis facti reos inveniat, quos poena consumat. quod si aliquis rusticorum vel cuiuslibet loci homo causa nefandae litis advenerit, inter ipsa initia comprehensus fustuariae subdatur protinus ultioni et pompatus mala vota corrigat, qui prius occultum facinus excitare temptabat.

3. Est enim conventus iste et nimia celebritate festivus et circumiectis provinciis valde proficuus. quicquid enim praecipuum aut industriosa mittit Campania aut opulenti Bruttii aut Calabri peculiosi aut Apuli idonei vel ipsa potest habere provincia, in ornatum pulcherrimae illius venalitatis exponitur, ut merito tam ingentem copiam iudices de multis regionibus aggregatam. videas enim illic conlucere pulcherrimis stationibus latissimos campos et de amoenis frondibus intextas subito momentaneas domos, populorum cantantium laetantiumque discursum.

4. Ubi licet non conspicias operam moenium, videas tamen opinatissimae civitatis ornatum. praesto sunt pueri ac puellae diverso sexu atque aetate conspicui, quos non fecit captivitas esse sub pretio, sed libertas: hos merito parentes vendunt, quoniam de ipsa famulatione proficiunt. dubium quippe non est servos posse meliorari, qui de labore agrorum ad urbana servitia transferuntur. quid vestes referam innumera varietate discretas? quid diversi generis animalia nitere pinguissima? ubi tali cuncta taxatione proponuntur, ut quamlibet emptor fastidiosissimus invitetur. sic de illo commercio nemo ingratus redit, si cuncta probabilis disciplina componit.

5. Est enim et locus ipse camporum amoenitate distensus: suburbanum quoddam Consilinatis antiquissimae civitatis, qui a conditore sanctorum fontium Marcellianum nomen accepit. hic erumpit aquarum perspicua et dulcis ubertas, ubi in modum naturalis antri apsidis fabricata concavitas sic perspicuos liquores emanat, ut vacuum putes lacum, quem non dubitas esse plenissimum. hic perlucidus usque ad fundum patet, ut aspectibus tuis aerem potius apparere iudices, non liquorem. aemulatur serenum diem aqua subtilissima, nam quicquid in imo geritur, inoffensa oculis claritate monstratur.

6. Conludunt illic gregatim laetissimi pisces, qui ad manus pascentium sic intrepidi veniunt, tamquam se noverint non esse capiendos: nam qui tale aliquid praesumpsit efficere, mox poenam divinitatis cognoscitur excepisse. longa sunt illius fontis memoranda describere. veniamus ad illud singulare munus sanctumque miraculum.

7. Nam cum die sacratae noctis precem baptismatis coeperit sacerdos effundere et de ore sancto sermonum fontes emanare, mox in altum unda prosiliens aquas suas non per meatus solitos dirigit, sed in altitudinem cumulumque transmittit. erigitur brutum elementum sponte sua et quadam devotione sollemni praeparat se miraculis, ut sanctificatio maiestatis possit ostendi. nam cum fons ipse quinque gradus tegat eosque tantum sub tranquillitate possideat, aliis duobus cernitur crescere, quos numquam praeter illud tempus cognoscitur occupare. magnum stupendumque miraculum fluenta labentia sic ad humanos sermones vel stare vel crescere, ut eis credas audiendi studium minime defuisse.

8. Fiat omnium sermone venerabilis fons iste caelestis: habeat et Lucania Iordanem suum. ille exemplum baptismatis praestitit, hic sacrum mysterium annua devotione custodit. quapropter et reverentia loci et utilitas rei dare debet populis sanctissimam pacem, quia cunctorum iudicio sceleratissimus habendus est, qui talium dierum gaudia temerare contendet. relegantur populis et proponantur ista quae diximus, ut cum inulta esse minime creduntur, excedendi licentia non quaeratur”.

Di quest’opera è stata recentemente pubblicata l'edizione critica e in italiano dei 12 libri che compongono la sezione Varie[3]. Ci ripromettiamo di avere presto una edizione nelle nostre Biblioteche.

Mi sono chiesto: Quante storie nasconde il nostro racconto ?

Di Cassiodoro è stato già scritto che fosse uno storico imperiale alla Corte di Teodorico: un validissimo prefetto chiamato a portare ordine in queste Valli ove accadevano disordini razzie e furti, ma vi è anche una storia sacra nella vita di Cassiodoro.

Di famiglia nobile, appartenente ad una classe alta della società civile e religiosa del tempo era nato a Squillace, da una famiglia emigrata, probabilmente di origine siriana. In questo ho letto una felice similitudine con la vicenda di Carmela. Non so se è voluta! Ma è profondamente dolce e attuale anche per le problematiche che il popolo siriano sta subendo dal 2011[4].

Ma tornando alla vita di Cassiodoro sappiamo che gli è stato un appassionato studioso della storia civile e della Sacra Scrittura, un ricercatore infaticabile della spiritualità monastica, amava cercare luoghi ameni, spazi belli, acque cristalline, segni di una potenza della natura che poteva vincere sulle stanchezze provocate dalle controversie politiche e burocratiche a cui era sottoposto per le sue mansioni imperiali[5].

Cassiodoro è stato un ricercatore di oasi, di fonti cristalline per alimentare il suo desiderio di Dio[6]. Come già Antonio Abate (251—356), Agostino (354-430) e San Benedetto (Norcia 3/4/480 – Montecassino 21/3/547). Ecco dove il nostro racconto trova - a mio giudizio - la sua ermeneutica profonda!

Cassiodoro quando descrive il nostro Battistero utilizza espressioni singolari, auliche, forti, solenni, che andrebbero ulteriormente condivise e studiate[7], anche con altri territori e soprattutto con il centro calabrese a lui dedicato[8], per continuare l’opera del Prof. Vittorio Bracco.

Così la descrizione di Raffaella diventa prosecuzione di un vissuto e non la sterile descrizione del manufatto.

Il Battistero di San Giovanni in fonte come sappiamo ancora è stato voluto secondo la tradizione da papa Marcello[9], pontefice tra il 308 e il 309. Secondo la Legenda Aurea Papa Marcello dopo aver rimproverato a Messenzio che governò dal 306 fino al 28 ottobre 312 - le crudeltà contro i cristiani e fu dapprima condannato a fare lo stalliere nelle scuderie dell’impero. Poi il martirio e il suo corpo fu deposto nel cimitero di Priscilla.

Da questo Papa prende il nome questa località vasta che è la nostra prima Diocesi, che interessa tutto il centro-sud del Vallo di Diano, ma certamente con questo scrigno battesimale[10].

Quando Cassiodoro ha attraversato questi luoghi nel suo esercizio dal 501 al 507 ha potuto dire di aver visto qui il Giordano della Lucania.

 

Aspetto teologico

Seconda domanda: Qual è la funzione vitale di questo luogo? Entriamo, infine, per la porta della fede[11].

Il comando evangelico richiamato da Matteo dice: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo e battezzate lì nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28, 19).

La formula che la nostra autrice utilizza nel descrivere il Battesimo fatto dal Priore - circondato da alcuni giovani laici e novizi che avevano bastoncini di incenso accesi tra le mani - e altrettanto è importante, come la formula: Rinunci a Satana? Seguita dalle parole di esorcismo io ti libero e Ti battezzo nel nome di Gesù”.

Perché la nostra autrice utilizza questa formula?

Il problema della forma sacramenti è assai discusso dalla teologia. La testimonianza più antica di celebrazioni battesimali nel cristianesimo ci viene dalla Didaché (I/II). Il testo ricorda i digiuni preparatori che interessavano sia il battezzando che il ministro e impartisce regole precise circa l'uso dell'acqua durante il rito: <<Di norma l’acqua sia corrente ma eccezionalmente si potrà battezzare anche con altra acqua; l'acqua del battesimo sia fredda, anche se non si esclude la calda; se non è possibile il battesimo per immersione, si asperga per tre volte con l'acqua dicendo << nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo>>. Ma vi è anche una formula battesimale “Nel nome di Gesù”, fermo restando che il battesimo poteva essere amministrato e ricevuto soltanto nella la fede in Dio Padre, il cui figlio Gesù viene confessato per fede (Rm 1, 4). Proprio colui che il Padre ha inviato come ultimo testimone e che sotto Ponzio Pilato è stato crocifisso e resuscitato dai morti, ora è il diretto contenuto e il destinatario della confessione di fede della Chiesa delle origini.

Giustino (morto nell'anno 165) che pure ci tramanda una serie di enunciati confessionali rigorosamente trinitari, quanto un kerygma cristologico estremamente lineare, conosce soltanto un battesimo di tipo trinitario << nel nome di Dio Padre e Signore di tutto il mondo, e in nome del nostro Salvatore Gesù Cristo e dello Spirito Santo essi (i battezzandi) fanno poi il bagno nell'acqua. Per Giustino il battesimo va inteso innanzitutto come un lavacro, ma poi anche come una illuminazione. La Traditio apostolica che Ippolito ci tramanda illustra tra l'altro legge liberazioni battesimali che si svolgevano nella comunità romana all'inizio del terzo secolo. Ebbene quel rito in quel rito si ponevano le seguenti domande: credi in Dio padre onnipotente? credi in Gesù Cristo figlio di Dio che nacque da Maria vergine per opera dello Spirito Santo, fu crocifisso sotto Ponzio Pilato, Mori ed è uscito al terzo giorno vivo dai morti, ascese in cielo e siede alla destra del padre e verrà giudicare i vivi e i morti? credi nello Spirito Santo presente nella chiesa Santa?>>. Così anche nell’unzione post battesimale.

La prospettiva trinitaria entro cui Ippolito Romano comprende la realtà battesimale si ritrova nelle prime confessioni battesimali sia d'Oriente che d'Occidente punto la fede che esse compendiano e fede nella Trinità e fede trinitaria. nel secolo quarto ancor prima che nella teologia trinitaria scoppiassero le controversie, la concezione del battesimo presentava già chiari connotati trinitari. il sinodo di Arles (314), ai donatisti che desiderano rientrare nella chiesa, richiede la professione di fede: potranno essere considerati validamente battezzati soltanto se nella loro confessione battesimale mostreranno di credere nel Dio trinitario[12].

 

Da Ambrogio (339-3987) apprendiamo, poi, che l'evoluzione verso il battesimo trinitario già inaugurata nel nuovo testamento non si è ancora conclusa.

Per lui il battesimo conferito nel nome di Gesù è valido, se in questo nome si comprendono anche le altre persone divine: chi ha ricevuto il sacramento in questo nome non deve essere ribattezzato. distanza di Ambrogio da Milano eserciterà la massima influenza nel medioevo durante la controversia sul tema. a quel tempo le opinioni che si sostenevano erano le seguenti: 1. il battesimo nel nome di Gesù è valido Ugo di San Vittore e Pietro lombardo; 2. nel nome di Gesù battezzarono soltanto gli apostoli che godevano di uno speciale privilegio (Alberto Magno 1200-1280, Tommaso e Bonaventura); proponi questo modo di battezzare non ha mai goduto di validità alcuna.

Ugo di San Vittore sostiene il principio secondo cui propriamente e la fede nel Dio trinitario a qualificare il battesimo. per Gilberto di Poitieres il sacramento amministrato nel nome di Gesù contraddice la forma del comando di battezzare di Matteo[13].

Al di là della controversia per noi è utile comprendere come lo status di coscientizzazione o recezione del sacramento è stato sempre richiesto ai fedeli, anche ai convertiti al cristianesimo con una formula che fosse esplicitazione personale e comunitaria della rinuncia alla vita precedente.

L'altro problema riguardante la disputa sul battesimo degli eretici che ha interessato un periodo lungo che va dalle persecuzioni al Concilio di Trento (1545-1563) è risolta sempre dal vescovo di Roma come una riconciliazione misericordiosa della propria vita a quella di Cristo, fino ai giorni nostri[14].

L'aspetto positivo del credere del fedele è manifestazione di una accoglienza della fede professata dalla comunità apostolica nella successione episcopale e di fedeltà dinamica alla traditio della Chiesa. Credere in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo non è solamente una formula ma è la forma cristica che trasforma l'uomo in un cristiano o se si vuole un christifideles. Durante il battesimo vi era anche pertanto non solo una Traditio Simboli ma anche una reddititio fidei a ciò che il maestro aveva consegnato nella sua rivelazione.

Il frutto è una coscienza ben esplicitata nei sentimenti di Carmen e dei suoi genitori: “La sola cosa che riuscivano a fare era sorridere e piangere finalmente d gioia. Era stata la fonte?

Il priore che si china ad ascoltare l'esigenza di Carmela, donna straniera, siriana, distante dalla consolidata presenza del culto cristiano e della conseguente devozione sociale, è l'immagine potente - credo voluta - di un uomo vestito di bianco, capace di custodire la memoria e la relazioni con coloro che si affidano alle sue premure. Immediatamente potremmo pensare al Papa, ma credo per tutta la Chiesa, per noi, bisognosa di recuperare la freschezza della Fonte per mettersi a fianco indicare la via del rinnovamento per sé e per tutta l'umanità. Il livello etico non si ferma all'osservanza canonistica o disciplinare ma intercetta ma vuole intercettare ciò che abita nel cuore dell'uomo: dove c'è un autentico desiderio di conversione e di vita nuova la chiesa di ieri e anche quella di oggi pone il sabato cioè la legge a servizio dell'uomo e mai il contrario. quando una norma vuole custodire un indirizzo, un valore, un percorso di crescita e di rinnovamento ha bisogno sempre della verifica del reale.

Grazie per avermi dato la possibilità di partecipare a questo bellissimo incontro, a Raffaella per averci condotti a rileggere la nostra vita attraverso le pagine della nostra umanità che si confronta con una storia per non cadere schiavi dell’oggittivismo (Solo il presente!)

Il filosofo Bauman afferma che in questa società liquida bisogna imparare a camminare sulle quotidiane sabbie mobili, scegliendo l’unica strada possibile: la Paideia! [15]. Questa è  la strada che il glorioso Circolo da anni percorre per la crescita culturale della nostra Comunità, unendo elementi laici, religiosi e storico-artistici in una feconda e appassionata ricerca.

È bello sapere che le tre porte rappresentate per conoscere la bellezza del nostro Battistero vi è anche un’altra porta fatta solo di archi: la conoscenza! Quest’ultima rappresenta una missione, quella di accogliere tutti e di far entrare tutti nella pienezza della vita, come una nuova Pentecoste, ma anche la consapevolezza di dover far crescere in tutti il dono della Sapienza!

Torniamo a bere l’acqua dalla Fonte e assaporeremo la genuinità della Vita, della Verità e anche della Storia per trovare ristoro fuori dai nostri palazzi d’indifferenza, quelle Fonti che da Cassiodoro a Raffaella ci hanno raccontato e ringiovaniscono i nostri Vivarium. Oggi inizia una nuova storia culturale per il nostro Battistero.

 

 

[1] R. Corcione Sandoval, Il racconto di San Giovanni, stampato negli Stati uniti 2022.

[2] Cfr. Prefazione, 8

[3] Cassiodoro, Varie, Volumi 1-5, a cura di AA. VV tra cui Ignazio Tantillo, (L’erma di Bretschneider ) 2014-2022.

[4] Guerra in Siria iniziata il 15 MARZO 2011 e non ancora finita! www.savethechildren.it; Wikipedia dichiara: conflitto in corso… solo al 2019 sono stimati 570.000 morti; 6 milioni rifugiati all’estero e 12 milioni di rifugiati all’estero.

[5] Tra i contemporanei di san Benedetto, il monaco più celebre, che dieci anni dopo Montecassino fondò un monastero, fu Cassiodoro. Era stato un uomo di Stato. Quando Teodorico tolse a Odoacre la corona e la vita, Cassiodoro si ritirò nelle sue terre.  

[6] Aperta nella diocesi di Catanzaro-Squillace la causa di beatificazione (da Avvenire, 15 luglio 2011) “Ideale ponte tra Oriente ed Occidente, coniugò i valori religiosi con l’esercizio della vita pubblica”. Si ritirò nell’attuale Copanello di Staletti dove fondò il Vivarium. Si è conservata una lettera di Teodorico a Cassiodoro, che fa di quest’ultimo un elogio senza riserve:“Sei degno che si venga in cerca di te con premura, dopo che hai ottenuto al nostro regno una così alta reputazione e gli hai procurato tanti elogi e gloria… Hai adornato la corte con l’integrità della tua coscienza, hai procurato ai popoli una quiete profonda… Ti sei acquistato nel mondo una stima tanto più alta quanto meno ti sei venduto, quale che fosse il prezzo offerto”. Per tutto il tempo della sua vita pubblica, aveva unito, a un perfetto disinteresse, una grande austerità di costumi e una profonda pietà. Si dedicava con particolare predilezione allo studio della Scrittura: era in questa frequentazione assidua, come testimonia re Atalarico, che quest’uomo di Stato attingeva la forza di restare fedele a tanta virtù: “Ecco dove ha appreso a opporre il timore salutare del Signore ai moti della natura umana; ecco dove s’è ricolmato di celeste sapienza, sempre accompagnata dal gusto della verità; è attraverso questa scienza sacra e questo santo studio che s’è radicato nell’umiltà cristiana”. Redasse un Trattato dell’anima, in cui si rivela buon discepolo di sant’Agostino. Gli mancava di abbandonare l’azione per la contemplazione. Alla massima, ereditata da san Martino, che è “meglio servire il re dei cieli anziché il più grande re della terra”, aggiungeva quella secondo cui “è più lodevole occuparsi della propria salvezza che non della sorte dello Stato”. La caduta di quelle istituzioni di cui era stato per più di cinquant’anni il saggio operaio, costituiva per lui un avvertimento del cielo. Da lunghi anni si considerava ormai un prigioniero della politica e supplicava Dio di liberarlo da quelle catene…le basse rivalità dei clan e lo scatenarsi di ambizioni irresponsabili gli mostrarono quanto la sua devozione alla causa pubblica fosse diventata inutile. Senza indugi, volle essere monaco. Avrebbe potuto bussare alla porta di numerosi monasteri: ma l’avrebbero accettato a quell’età avanzata? Non avrebbero soprattutto avuto timore di avere in quell’alta personalità politica un religioso ingombrante? La sola condotta da tenere era quella di fondare.
Cassiodoro fece sistemare in terra calabra, sul fianco di una montagna che dominava il mare, una proprietà che aveva nome Vivarium: “Le acque vive”. Lì, sorgenti chiare scaturivano dalla roccia, si diffondevano per gli orti ridenti e facevano girare le ruote dei mulini; più in basso, il fiume Pellene, brulicante di pesci, costeggiava il dominio prima di gettarsi nel mare. Ritiro pieno di risorse nutritive e incantevole per lo spettacolo della natura. Da quell’ingegnere che era, Cassiodoro vi fece collocare orologi che controllavano gli orari canonici.
La proprietà era vasta. Il fondatore voleva che essa rispondesse alla verità delle vocazioni. In basso, c’era la casa dei cenobiti, che conservò il nome di Vivarium: vi fu installata una grande biblioteca, ricca di libri preziosi, e costruita una chiesa, che fu dedicata a san Gregorio Taumaturgo. In alto, nel luogo che venne chiamato Castellum, furono sistemate le celle degli anacoreti. Questa duplice destinazione precorreva l’ordine camaldolese, ma traeva forse il suo modello da Lérins. I due monasteri sebbene facenti parte di uno stesso complesso, furono giudicati tali da dover avere due superiori, quello dei cenobiti fu Calcedonio, quello degli anacoreti Geronzio. Secondo la tradizione egiziana, di cui Lèrins era ugualmente tributario, i cenobiti di Vivarium erano ammessi alla vita anacoretica (di Montecastello), dopo una lunga esperienza di vita religiosa. Tuttavia non è come fondatore o legislatore che Cassiodoro è stato venerato, bensì come storico, esegeta e pedagogo. Il Venerabile Beda ne fa un dottore della Chiesa e dichiara che i suoi commenti ai salmi non sono inferiori a quelli di san Giovanni Crisostomo e sant’Agostino. Paolo Diacono celebra “lo straordinario vigore del suo spirito”. Incmaro loda l’acutezza della sua intelligenza. Il cardinale Sirleto, bibliotecario vaticano sotto Pio IV, lo considera l’uomo più dotto di tutto il VI secolo. Aggiungeremo che Cassiodoro brillò per santità di vita non meno che per sapienza ed erudizione. Alcuino lo colloca tra i beati e Bollandus gli dedica una notizia negli “Atti dei santi”. Tutti i suoi contemporanei hanno testimoniato la sua umiltà, la sua carità, la perfetta castità, la costante unione con Dio. Egli – dice Giovanni Cocleo, teologo del Rinascimento tedesco – ha sempre “difeso la causa della Chiesa cattolica con indomita fedeltà e perseveranza” IVAN GOBRY, Università di Reims – Istituto Cattolico di Parigi. 

[7] Hanno scritto sull’argomento: V. Bracco, Maria Carla Gallo, Prof. Torresi, altri…

[8] Associazione Centro Culturale Cassiodoro, via SS. Apostoli, 4 - Squillace (CATANZARO) Sito web: associazionecassiodoro.org. Flavio Magno Aurelio Cassiodoro (490-583 d.C. circa) fu questore, console, maestro degli uffici, prefetto al pretorio di Teoderico e dei suoi successori sul trono del regno ostrogoto d'Italia. Animatore di una politica di collaborazione tra goti e romani nel nome di una condivisa civilitas, egli ha lasciato testimonianza della sua attività di ministro dei re goti nella silloge da lui intitolata Variae, giunta a noi integra, in dodici libri, per un totale di 468 documenti. L'opera rappresenta una delle fonti principali per la storia dell' Italia e dell' Europa nella prima metà del VI secolo d.C.: ne risultano illuminati aspetti politici e istituzionali, amministrativi, diplomatici, sociali, economici, culturali e religiosi. Molti documenti risultano a tutt' oggi inesplorati dagli studiosi. Le Variae è l'unica tra le grandi opere della cultura latina a non essere stata mai tradotta integralmente in alcuna lingua moderna. Il motivo di questa sorprendente lacuna va ricercato soprattutto nella eccezionale difficolta del latino cassiodoreo, nel quale confluiscono numerose tradizioni che si uniscono a uno stile molto personale e inventivo.

[9] Cfr. Enciclopedia dei Papi, Treccani Vedi Sull’esistenza di Papa Marcello e di Papa Marcellino.

[10] Il periodo immediatamente precedente è stato caratterizzato dalle persecuzioni dei cristiani. Solo l’editto di Costantino (313) permetterà la libertà del culto e la capacità della chiesa cristiana e cattolica di propagarsi in tutto l'Impero.

È interessante riscoprire come la fede degli imperatori abbiano cambiato il corso degli eventi del nostro territorio. Secondo la tradizione l’evangelizzazione è stata operata dai vescovi San Prisco[10] e San Paolino di Nola, quest'ultimo amico e latore di molte lettere con Agostino, fonte imprescindibile ed unica per la storia della fede campana.

[11] Espressione utilizzata nella Liturgia per indicare la realtà del Battesimo.

[12] Concili ecumenici: Condanna di Ario e Simbolo apostolico, necessità del battesimo a Nicea (325); Divinità dello Spirito Santo Costantinopoli (381); Theotokos Efeso (431) Cristo vero Dio e vero uomo Calcedonia (451).

 

[13] Cfr. F. Courth, Die Sakramente. Ein Lehrbuch für studium un Praxis der Theologie, Freigurg im Breisgau 1995, trad. it. a cura di R. Carelli, I sacramenti. Un trattato per lo studio e la prassi, Brescia 20032, 123-141.

[14] Cfr. Francesco, Amoris Laetitia, Torino 20162. Il capitolo VIII è dedicato ad Accompagnare, discernere e integrare la fragilità, nn. 293-312.

[15] Cfr. Z. Bauman, Vita liquida, 131-146. Interessante è anche la riflessione: “Da martire ad eroe, da eroe a celebrità”, 33-48.

Favole Nascoste 

Prefazione

 

di Amalia Benevento

 

 

 

“Aprite le vostre braccia per stringere il maggior numero di bambini, amarli e proteggerli come se fossero vostri!” - Audrey Hepburn

 

 

È un sogno che mi accompagna da sempre, visto il mio trentennale impegno come donna, madre ed insegnante di discipline giuridiche prima, di scienze umane poi, e da oltre un decennio di militanza per l’UNICEF, dapprima come semplice volontaria e, da quasi due lustri, come presidente del comitato UNICEF di Avellino.

Un sogno realizzatosi in grande, una prima volta, nell’estate del 2014, nel corso di un evento realizzato presso la Certosa di Padula per promuovere la cultura dei diritti dei bambini, quando ho avuto l’opportunità di conoscere, affiancata da un’amica speciale, Margherita Dini Ciacci, socia fondatrice di UNICEF Italia, l’artista Raffaella Corcione Sandoval.

In quella occasione ho avuto l’opportunità di apprezzare ancor di più l’arte lungimirante di Raffaella, che già allora, in omaggio alla terra di origine della sua mamma, ha voluto diffondere un messaggio di creativa generosità, donando all’allora UNICEF Italia due tele raffiguranti il Rio delle Amazzoni e la Foresta Amazzonica. Dopo una suggestiva performance in cui gli ospiti ebbero modo di assistere alla danza di un’eterea creatura raffigurante lo Spirito dei boschi e delle acque, fu rivolto loro l’ invito a tagliare un pezzetto delle tele in memoria dello scempio che già all’epoca si consumava in quelle terre e a versare un contributo in danaro, una sorta di “danaro delle lacrime” per dar vita ad una raccolta fondi destinata a sovvenzionare le iniziative benefiche a sostegno dei minori più svantaggiati, di cui l’UNICEF si prende cura da oltre settant’anni.

Da quella sera è nata con Raffaella una bellissima amicizia che, sotto il segno comune dell’attenzione che ognuno di noi deve all’altro in quanto persona, ha dato vita ad una serie di attività tra cui mi piace ricordare la creazione di gadget decorati con i pezzettini delle sue preziose tele e culminata con la creazione di una serie numerata di Pigotte speciali (la pigotta è una bambola di pezza- gadget, simbolo di UNICEF ITALIA), le cui fattezze ricordano i bambini dell’Amazzonia.

A tali gadget è stato dato un nome molto significativo, INLAKESH, che è il saluto che quei popoli si scambiano, quando si incontrano, anche se estranei, il cui significato: “Io sono un altro te”, mi porto da sempre nella mente e nel cuore.

Qualche anno è passato e quel sogno di poter abbracciare il maggior numero di bambini, amarli e proteggerli si realizza nuovamente grazie a Raffaella Corcione Sandoval, diventata nel frattempo due volte nonna…

In questa sua nuova veste, Raffaella ha per così dire naturalmente implementato la sua carica di tenerezza nei confronti dei bambini ed ha scelto di orientare verso i più piccoli la sua produzione artistica, scrivendo ed illustrando “Le favole nascoste” che, nonostante la modestia della mia persona, mi ha dato l’onore di presentare ai suoi futuri lettori.

In questo lavoro, Raffaella, da pittrice e scultrice di fama internazionale nota al grande pubblico adulto per tante creazioni intense e suggestive in cui al sentimento della natura si è sempre mescolata la riflessione sul senso ultimo dell’umana esistenza, si è calata con delicata leggerezza nei panni della narratrice e della illustratrice.

Posso serenamente affermare che i sei racconti, nati in origine per il diletto dei suoi nipotini e destinati ufficialmente ai più giovani, sono però assolutamente godibili ed apprezzabili dai lettori di  ogni fascia d’età  per la profondità e la pregnanza dei temi affrontati, che spaziano dalla importanza della conoscenza all’opportunità di agire con coraggio, dalla riscoperta del senso ultimo della procreazione alla riconciliazione come tappa imprescindibile di un’esistenza serena.

Fanno da leitmotiv i valori della pace, dell'armonia e dell'amore alla base di tutto.

 

 

Ognuna delle storie raccontate da Raffaella racchiude in sé un messaggio, presentatoci di volta in volta da una diversa “parola – dono” che rappresenta un valore da tramandare / riscoprire attraverso il passaggio consentito dal gioco narrativo per le nuove generazioni e non solo. Tale passaggio si compie attraverso i diversi io narranti che danno voce alle creature più fragili e dagli occhi incantati, primo fra tutti il bambino migrante protagonista del testo “Le candele del mare” che, attraverso il suo delicato e personalissimo diario di viaggio, avvicina il lettore al tema della fratellanza universale e all’importanza della cooperazione internazionale (nessuno può salvarsi da solo!).

Un discorso a parte lo meritano i numerosi animali parlanti protagonisti delle storie successive, molto spesso originari dell’Amazzonia, come ne “Il magico filo rosso” o nella novella “Il sole a pois”: personaggi come Toco e Chico  (un tucano ed un serpente corallino) o Chiacchierone e Soleapois (un pappagallo ed una coccinella “ anomala”) propongono dimensioni inedite dei rapporti amicali e di cooperazione tra esseri diversi, ma che attraverso il linguaggio dell’amore e del rispetto per “ogni altro te” che si può incontrare nel cammino dell’esistenza, invitano alla speranza, alla prevenzione di ogni forma  di bullismo o  di prevaricazione.

Un altro tema ricorrente di tutta l’opera è il rispetto e la salvaguardia dell’ecosistema, presente non solo nella novella “Il Sole a Pois”, ma anche in quella intitolata “La Perla Sacra”, dove gioca un ruolo fondamentale la scoperta della consapevolezza del proprio potenziale individuale per salvare il pianeta dall'inquinamento.

 Non manca, infine, nella novella “Il pianeta rosa” il richiamo al coraggio di far rivivere le antiche tradizioni verso uno scenario futuristico che, personalmente, mi ha suggerito un’ ulteriore  chiave di lettura dell’intera opera, (aspetto che, dati i miei attuali impegni di lavoro e di volontariato, mi hanno istintivamente portato a scoprire): si tratta  della possibilità di leggere le “favole nascoste “ come un percorso educativo, un viaggio intorno ai diritti umani fondamentali, suggeriti in tono sommesso ma non per questo meno evidenti nella necessità della loro ri-affermazione, che parte dalla responsabilità di ciascuno di vivere coerentemente il proprio ruolo educativo.

 

Questa ultima fatica di Raffaella è un dono per le sue nipotine, ma rappresenta, non solo metaforicamente parlando, un dono per i bambini di tutto il mondo. La mia amica mi ha infatti confidato che è sua intenzione far dono di una parte dei diritti derivanti dalla vendita di questo libro all’UNICEF, verso cui si sente legata da sempre.

 

Pensiamo abitualmente ai bambini come il nostro futuro: in realtà, sono il nostro presente, perché se abbiamo cura di loro, quel futuro, se esisterà, sarà diverso e migliore per ognuno di noi oltre che per loro.

Dipenderà da come vogliamo, anche insieme a Raffaella che lo ha fatto pensando alle nipotine, leggerlo e ridisegnarlo oggi.

 La lettura condivisa di questi libri da donare ai nostri bambini, rappresenta un’occasione da non perdere per accogliere tutti i nostri piccoli in un abbraccio che abbia il sapore dei buoni sentimenti ed estenda, grazie alla donazione effettuata, al più grande numero possibile di loro il diritto alla salute, alla pace, all’istruzione e alla protezione.

Postfazione

La didattica... in favole, per una pedagogia dell’inclusione

 

Di Tonia De Giuseppe

 

 

 

Il testo “FAVOLE NASCOSTE”, attraverso un excursus sulle complessità generate nell’interscambio tra differenze, contesti sociali e approcci relazionali poco inclusivi, evidenzia i paradossi e le contraddizioni d’intralcio alla costruzione di un mondo in cui viene

“superata ogni paura” e che “trasforma energia ... in possibilità” di “... armonia universale” (nel Il Pianeta Rosa).

Il bisogno di avviare metamorfosi permanenti di apertura inclusivo-sistemica viene delineato figurativamente nei diversi personaggi come chiave risolutiva dei potenziali rischi distruttivi che si correlano a modelli sociali caratterizzati da forme di chiusura auto-tutelativa a salvaguardia di interessi, egemonie e supremazie.

“… un’amicizia che trascendeva tutte le differenze ...” (ne Il Soleapois).

Attraverso una valorizzazione dei talenti e delle competenze, espressi in comportamenti volti al soddisfacimento di bisogni, i personaggi presentati nel testo sottolineano l’importanza di un comunicare “… senza parole” e vedere ... nel cuore degli altri” (ne Il pianeta Rosa).

 

Viene, dunque, sottolineata l’importanza di acquisire una consapevolezza delle competenze empatiche, per favorire benessere di sé negli altri e nel contesto prossimale. Tutto ciò sottolinea la sfida educativa ancorata alla ricerca strategica di felicità, connessa ad una gestione delle emozioni.

“... Eravamo arrivati in una nuova terra, dove si parlava la lingua del cuore! ...” (ne Le Candele del Mare).

 

L’autrice, trasversalmente nelle diverse storie fa sperimentare attraverso i suoi personaggi, fa sperimentare processi formativi di vita, strategie esperienziali che partendo dai bisogni individuali promuovono forme di autorealizzazione, quale capacità di mettere a disposizione del sistema il più alto potenziale individuale.

“Anche tra quelle creature considerate inavvicinabili e pericolose, ce né sempre una con un cuore d'oro” (ne Il Soleapois).

Infatti, l’essere consapevoli del condizionamento sociale, dell’influenza dei differenti contesti induce ad attivare forme di salvaguardia dei valori fondanti di un vivere sociale che contrasta appiattimenti delle performance, assuefazione all’esclusione e omologazione.

"... vivere in quella gioia che supera ogni paura trasforma la propria energia e dà spazio a nuove possibilità ... (ne Il Pianeta Rosa).

 

Riscoprire e coltivare i propri valori permette di potenziare competenze individuali, accrescendo la soddisfazione e la produttività mettendolo a disposizione della collettività.

“... un gioiello di saggezza ...” (ne La Perla Sacra).

 

 

In tal modo, ogni sacrificio viene ripensato come strumento di mediazione, per evitare che un mancato allineamento tra talenti e competenze possa generare uno scollamento tra i compiti svolti e il contributo che potremmo dare alla società e a noi stessi.

“... la regina era troppo occupata a proteggere il quartiere per preoccuparsi dei gattini smarriti.” (nel Sole a Pois).

 

L’autrice sottolinea che pensieri, percezioni e convinzioni agiscono come filtri e permettono di interpretare quello che viviamo. Attraverso viaggi di consapevolezza è necessario

“ ... preparare l’essenziale per un misterioso viaggio verso l’ignoto ... (ne Le Candele del Mare).

Sulle proprie convinzioni è possibile modificare significazioni che danneggiano le nostre azioni, favorendo così un miglioramento della soddisfazione e della performance personale e collettiva.

"Ognuno di noi è responsabile dell'altro" (ne Il Sole a Pois)

 

Viene sottolineata l’importanza di promuovere forme di comunicazione empatica, ancorate all’intelligenza emotiva, non solo al fine di vivere una vita felice e ricca di soddisfazioni, ma per favorire modelli organizzativi socio-contestuale di produttività e leadership.

“... specializzato nel parlare come gli altri, anche se stavano in silenzio, si capivano perfettamente” (ne Il Sole a Pois).

 

In Favole Nascoste si evince il valore sociale di sperimentare la gestione dei linguaggi emozionali, motivando all’attivazione di azioni prosociali sulla base dei bisogni emergenti, per supportare e garantire una sana e radicata resilienza a servizio del bene comune.

“... ma ero io stesso un Re, portato in questo mondo per diffondere l’amore la fede e la fratellanza ... (ne Le Candele del Mare).

 

Il filo conduttore di ogni storia è rappresentato dall’importanza assegnata alla gestione risolutiva delle differenti conflittualità, interiori e di contesto, come salvaguardia di sistemi, che consente di portare avanti un proposito di vita secondo le personali inclinazioni, ma in una prospettiva globale e cooperativa.

"Ognuno di noi è responsabile dell'altro"(ne Il Sole a pois).

 

Il testo rappresenta un utile strumento pedagogico-didattico, quale artefatto cognitivo

attraverso cui avviare percorsi di consapevolezza del sé, individuale e collettiva.

“... È una questione di intuizione e comprensioni ...” (ne Le Stanze di Arianna).

 

I personaggi, che abilmente vengono delineati dall’autrice, consentono di avviare percorsi esperienziali dei propositivi di vita, investendo in modelli di educazione alla felicità e ad una positiva riflessività sistematica tra sé e contesto, per promuovere management strategico, con performance multitasking creative, sensoriali, intuitive e innovative, necessarie nella società postmoderna della conoscenza.

"Siamo parte di un insieme più grande e tutto funziona in unità fino al più piccolo dettaglio ..."Quindi... sentirsi separati dagli altri è un'illusione..." (ne Il Sole a Pois).

È così che “... l'Universo sarà un posto armonioso ... e “... migliore” ... senza paura” (nel Il Pianeta Rosa).

 

 

Tonia De Giuseppe ha un Dottore di ricerca (PHD) in Scienze del Linguaggio, della Società, della Politica e dell’Educazione: Corporeità, tecnologie e inclusione, presso l’Università degli studi di Salerno. Si occupa dal 1990 di processi formativi ed empowerment con attività di pianificazione strategica, politico-socio-educativa su contesti territoriali complessi. In particolare dal 1998 ha partecipato a studi multidisciplinari e transdisciplinari per la realizzazione di sistemi d' inclusivi interculturale, per cui ha ricevuto riconoscimento di merito nazionali ed internazionali.

Ha rivestito ruoli di responsabilità, di formazione, di progettazione e di valutazione per enti pubblici, Regione Campania, per organizzazioni internazionali, governative e non governative di cooperazione e di educazione allo sviluppo.

Si occupa di ricerca educativa e pedagogia inclusiva per cui ha acquisito il CERTIFICATE COLLABORATIVE INSTITUTIONAL TRAINING INITIATIVE (CITI PROGRAM) ID 36654827 Human Subjects Research.

-Members of The International Institute of Informatics and Systemics (IIIS). ID 442868, DAL 28 GENNAIO 2020 Tutor Organizzatore nel corso universitario propedeutico all’insegnamento, presso l’Università degli Studi di Salerno Dipartimento di Scienze Umane, Filosofiche e della Formazione (C.d.L. in Scienze della Formazione Primaria- LM85 Bis, a partire dall’anno scolastico 2017/18.

Vincitore del concorso pubblico, riservato al personale docente e dirigente in servizio, art 11 comma 2- del Decreto Ministeriale del 10/09/2010, n. 249. Docente a tempo indeterminato vincitrice Bando di Concorso Pubblico per esami DALL’ A.S. 1991/1992. Abilitata all'insegnamento nella scuola secondaria di secondo grado Discipline: filosofia, psicologia e scienze dell'educazione (a036-pas - filosofia, psicologia e scienze dell'educazione) d.m.249/2010 Dipartimento Di Scienze Umane, Filosofiche e della Formazione dell'università degli Studi di Salerno-16/7/2014

Gregory Bishop, 12 anni, Indianapolis, Indiana, USA.

Hagia Sophia Classical Academy

Classe di letteratura

"Penso che questa fiaba avrebbe un notevole effetto positivo sui bambini piccoli, perché abbraccia la diversità e rimuove qualsiasi pregiudizio fin dalla più tenera età. Insegna che anche chi è diverso da te può avere un buon effetto sul mondo. Ha una trama molto coinvolgente e memorabile che garantisce che la morale della storia e la storia stessa non vengano dimenticate. Questa storia fa un ottimo lavoro nell'affrontare, secondo me, una delle morali più difficili da comunicare".